lunedì 22 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (5)

Prologo 05

In un mondo di carta patinata stampata a fotolito, quella sarebbe stata l'occasione in cui l'eroe Leonardo Moreno usciva dalle ombre per dare una lezione ai bulli, cacciandoli dal locale con la formula “questo è il mio territorio”. Purtroppo Moreno (non)vive nel Mondo di Tenebra e quelli erano tre, manifestamente violenti e molto a loro agio nella situazione, mentre lui era un neonato appena arrivato che poteva rischiare di perdere la strada per tornare al rifugio.

L'unica strategia possibile era quella di tentare di rendersi ancora più invisibile e di uscire in sordina, perché se restava lì era sicuro che quei tre Fratelli lo avrebbero scoperto. Quando uno dei due maschi calciò una sedia facendola cadere rumorosamente in terra, alcuni avventori decisero che il posto non faceva più per loro e che era meglio andarsene senza troppi complimenti, ci avrebbe pensato la polizia ai teppisti.

Moreno trovò il coraggio di scappare in quel frangente, mescolandosi alla fila sulla porta mentre dietro di lui la ragazza gotica saltava sopra il bancone dicendo non si capiva cosa al barista.

Leonardo si ritrovò a camminare speditamente sotto il colonnato di via Canali; c'erano altri locali sulla strada, forse sarebbe bastato infilare un'altra porta per seminare i tre, ma li sentì nuovamente alle spalle. Lo raggiunsero e lo affiancarono troppo velocemente perché Leonardo potesse pensare a qualunque altra strategia; poi ebbe un vuoto di memoria, i suoi ricordi tornarono a essere chiari solo a partire dalla scena in cui lui era sul sedile posteriore di un'auto, stretto tra Vania e Ottavio, e raccontava di nuovo tutta la storia del suo Requiem.

La macchina si fermò in una specie di parco a ridosso di un bosco che per Leonardo era del tutto sconosciuto. Il Gangrel Ottavio lo tirò fuori dall'auto e poi lo lasciò lì da solo con Vania.

Vania era, se si può dire, in calore come in qualunque altra occasione che le offriva un nuovo Fratello maschio tutto per lei... Inoltre Leonardo non è male pur essendo un biondino minuto col volto praticamente glabro.

Il problema però era che Ernest si era inculato Leonardo nella sua prima notte di Requiem (momento delicatissimo per qualsiasi Fratello) e gli aveva strappato via non solo una verginità ma anche ogni sensazione umana riguardo al sesso. Tanto era vero che quando Vania lo gettò prono sull'erba e cavalcioni sopra di lui s'alzò la gonna attillata senza niente sotto, Leonardo non capì le sue intenzioni.

Vania gli aprì la camicia e i pantaloni, ma si trovò di fronte un vampiro asessuato con il pisellino di un bambino, incapace di usare il sangue per diventare un vero uomo. Lei prese la cosa veramente male e ricorse a uno dei suoi coltelli preferiti per aprire il ventre di Moreno dalla punta dello sterno all'inguine. Non contenta rovistò tra gli intestini del neonato spandendoli sul terreno circostante prima d'andarsene soddisfatta in altra maniera.

Leonardo non poteva credere all'esistenza di una tortura così atroce; le sue viscere erano una matassa grigiastra uscita dal suo addome, lucide e umide rilasciavano un puzzo di putrefazione soffocante, scariche di dolore correvano dentro loro come acqua in ebollizione in una storta. Sangue non ce n'era, perché la Vitae raramente esce dal corpo, ma per usare il dono della guarigione era costretto a una scelta mostruosa: o riavvolgere tutto il gomitolo delle sue budella e rimetterselo dentro, oppure strapparle e lasciarle incenerire sul prato. Il suo inutile intestino si sarebbe rigenerato come nuovo, ma sarebbe stato comunque come estrarsi tutti i denti senza anestesia.

Molto lentamente Leonardo rialzò il busto, lo squarcio si allargò come una bocca; lui si piegò in avanti sorreggendosi sulle mani. S'accorse di ansimare e ciò aumentava il dolore, cercò di smettere ma urlò selvaggiamente allorché una fitta di dolore lo prese alle spalle. Una sensazione sottile bruciava come fuoco dentro di lui, si sentiva a brandelli. Abbassò gli occhi e vide che dal suo petto uscivano delle specie d'ossa ricurve che non era roba sua.

Sentì l'alito ghiacciato di Italo sfiorargli i capelli, gli stava dicendo cose che non riusciva a capire così assordato dal dolore com'era. Il Gangrel lo trascinò sull'erba trattenendolo con i suoi artigli ferini fino a un albero. Lì lasciò la presa per afferrare un polso di Moreno. Tirò il braccio verso l'alto e lo poggiò contro il tronco piantando un chiodo attraverso la carne e il legno, prima con la sola forza dei muscoli e poi con un martello. Leonardo non poté cercare di ribellarsi perché aveva l'intestino aggrovigliato alle gambe, l'unica cosa che poteva fare era cercare d'estraniarsi, tentare di perdere conoscenza, la morte non sarebbe stata così orrenda se la sua coscienza non sarebbe stata presente.

«Sei un'Ombra no? Se riesci a far sparire il chiodo te ne puoi andare», disse con ironia il Gangrel prima di lasciarlo da solo.

Pochi istanti dopo arrivò una cosa ancora più spaventosa: Attia. Vide questa donna sporca e coperta di stracci muoversi intorno a lui come un animale. Lei l'osservava con curiosità mentre era inerme, squartato, straziato, con una mano inchiodata al tronco di un albero. Anche Attia giocò con le sue viscere, le annusò, le leccò deliziata, gli strappò qualche dito di un piede torcendolo recitando formule inquietanti in lingue che sembravano il latino, l'italiano vecchio di secoli e altre lingue morte. Quando Attia giunse a esaminargli i genitali con la stessa attenzione di una levatrice, Moreno imparò una cosa eccezionale per un vampiro: svenire.


Riaprì gli occhi. L'albero non c'era più, era steso su una brandina in una casa fatiscente. Scattò a sedere e si toccò lo stomaco; vide la ferita chiusa da una stria brunastra, sulla mano aveva un alone dello stesso colore, ma i buchi sul petto e sulle spalle erano ancora aperti.

Prima il dolore e poi la fame. Si guardò intorno, avvertì l'arrivo di un Fratello. Entrò nella stanza una ragazza minuta in jeans e maglietta, aveva i capelli corti come un maschietto, la pelle rosa come una bambina, gli occhi scuri, il sorriso luminoso, le forme perfette; Leonardo si domandò dove fosse il vampiro, ma aveva di fronte Chichi.

Quella notte lei lo nutrì con del sangue umano, per tutte le notti successive lo nutrì con l'affetto. Se Chichi non esistesse, se Leonardo non potesse sentire le sue parole, se non potesse mai più vederla, lui andrebbe incontro al sole senza paura. Non può fuggire dai Gangrel e dai Ventrue del Circolo ed è costretto a subire le loro folli angherie facendo le cose orrende che gli chiedono, ma grazie a Chichi c'è ancora un minimo di speranza in queste notti immonde.



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