martedì 23 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (6)


Al cospetto degli Dei Morti – 1 – il conciliabolo delle sacerdotesse

Dopo la notte in cui Moreno fallì nel rapimento del neonato a Todi, s'imbatté in Skidone e finì nuovamente massacrato, si tenne in disparte per diverso tempo. Non voleva farsi vedere da Chichi con la faccia devastata e poi non voleva parlare con lei né di quanto facessero schifo Vania e Patricia, né di quanto era incapace lui come Pagano. Ottavio e Italo erano incomparabilmente migliori nel combattimento e come agenti per missioni pericolose, lui al limite era bravo solo a prenderle.

Tramite la Gerbini era giunta a Moreno la notizia che Ottavio e Italo erano Finiti dentro la Prigione del Mostro, cioè dell'Agnus... Va be', qualsiasi cosa fosse per Moreno significava due stronzi di meno, e sperava che accadesse qualcosa di simile anche alle Sacerdotesse della Scopata cosicché Attia si ritrovasse con nessun fedele e lui se ne sarebbe potuto andare via con Chichi – sempre che Chichi fosse stata d'accordo e avesse perdonato il suo ultimo comportamento.

Una sera la Gerbini lo chiamò per avvisarlo di farsi trovare al casolare sotto il Colle della Trinità perché dovevano vedersi. Leonardo pensò che dovesse trattarsi di quella storia sui due umani che avevano ben pensato di buttare l'immondizia nel loro territorio, invece avvicinandosi all'abitazione d'aspetto abbandonato Moreno udì dei lamenti, il singhiozzare e il piangere disperato di una donna: era Chichi. Fece gli ultimi metri così velocemente da alzare le foglie e la sporcizia ovunque ed entrò nella stanza dove c'erano tutte le sue consorelle.

Attia sedeva su un cumulo di casse di legno e di plastica come fosse una grassa matrona, stringeva tra le braccia la testolina di Chichi che piangeva come una bambina inginocchiata sulla Gerofante.

«Lo siento, lo siento! Soy stata mala, malaaa...» Gridava a squarciagola la Toreador. Rialzò la testa: lacrime rosso fuoco colavano dai suoi occhi, le rigavano il volto florido e polposo come una mela candendo su Attia.

Attia la guardava maternamente, la stringeva a sé e la carezzava sul collo e sulle spalle allorché s'accorse di Moreno. L'anziana si voltò in sua direzione cambiando immediatamente d'espressione: «Lo vedi? Vedi le tue colpe quante sofferenze portano a noi tutti? Sei così perverso e malefico da non risparmiare neppure chi di più ami», gli disse.

I pensieri e le emozioni di Leonardo andarono nel pallone, non capiva assolutamente cosa accadeva a Chichi e perché piangeva.

«È colpa sua anche la Morte di Ottavio e di Italo. Hai fallito, e le Forze si sono ritorte contro di noi!» L'accusò furente la Gerbini.

Leonardo si sentì perduto: lo volevano Finito e Chichi piangeva per la sua condanna.

«Ottavio e Italo sono stati un sacrificio», mormorò Attia con il mento quasi sul petto mentre continuava a consolare Chichi che andava rilassandosi, «Il loro sangue ha nutrito la terra, il loro sangue dona forza all'Apocalissi in Sacrificio, esso spiegherà le sue ali deridendo la futile gabbia degli adoratori del dio unico».

Attia voleva liberare il Mostro? Al solo pensiero Leonardo fu colpito da un senso d'angoscia e di oppressione direttamente nel suo petto di non morto. Meglio non pensarci, meglio cercare di capire che diavolo fosse accaduto a Chichi.

«Ma che... Perché Chichi piange?» La Toreador aveva smesso, ma rimaneva tra le braccia amorevoli e screziate di fango di Attia.

«Colpa tua», disse Patricia da un angolo, fumava una sigaretta, era vestita con un impermeabile in stile Marlene Dietrich completato da una sciarpa rossa intorno al collo: «Tu non fai il tuo dovere, fallisci come un idiota e ti fai scoprire da Skydone, per giunta. La tua amica», disse muovendo gli occhi su tutti a esclusione di Chichi, «Si fa incantare e raggirare come di solito dal Divus mezzo pelato con gli occhi di smeraldo e il Magister Illuminator inizia a infastidirci. Basta?» Leonardo abbassò la testa più che colpevole.

«Se non ti basta», continuò impietosa Patricia, «Ti racconto anche di quando siamo venute a sapere dell'ingenua delazione di Chichi, e di come le abbiamo fatto presente le sue responsabilità», la progenie del Principe fece una pausa per aspirare dalla sigaretta, poi riprese sempre altera: «E lei si è prodotta in uno dei suoi stucchevoli piagnistei di fronte a Pedro il Mezzosangue. Mai confidarsi con chi beve la tua Vitae», pontificò, «Perché fanno come Pedro: s'accecano di rabbia e gelosia, prendono un paletto, presumono di poter far vendetta contro uno di Noi, poi finiscono con il collo spezzato in una via del centro».

Moreno aveva la situazione abbastanza chiara adesso: «Quanti lutti e quanta sofferenza riesci a contare?» Chiese per conferma Patricia.

Leonardo non rispose perché sul finale del discorso di Patricia, Vania si era spostata alle sue spalle per infastidirlo e lui era ancora impegnato nel tener lontano la Ventrue altamente instabile giocando al gatto e il topo qua e là per la stanza.

Patricia non badava ai giochi della sua progenie e le opinioni di Moreno o di chiunque altri non le importavano; alla Ventures interessavano solo l'obbedienza e la riverenza.

«Il rituale», disse Patricia cambiando argomento.

«Ah sì», rammentò Attia. Vania e Leonardo si interruppero immediatamente. La Gerbini si avvicinò a uno scatolone di carta pressata e iniziò a trarne fuori delle scodelle.

Patricia s'avvicinò alla sua seconda progenie e le poggiò una mano sul braccio: «Non intendevo questo rituale».

Attia con delicatezza lasciò che Chichi sedesse in terra, «Adunque quale?» Domandò insospettita.

«Devono pagare», disse in tutta risposta la vampira bionda con gli occhi saettanti.

«Sì, dai!» Proruppe Vania, «Facciamolo! Voglio vederli disperati».

Chichi e Leonardo incrociarono i loro sguardi, lei in apprensione e consapevole dell'oscura materia in discussione, lui in apprensione e basta pur sapendo che l'ultima parola spettava comunque ad Attia e che una sua decisione avrebbe potuto avere qualunque esito e qualunque significato.

«Gli astri non sono mai stati tersi, vedi tu i fratelli contro i fratelli e le madri indotte a uccidere i figli, il paese dell'uomo bruciante, devastato dalla terra stessa, la fame piaga di tutti, innocenti e colpevoli, e chi nutrirà la terra Patritia

«L'Ombra», rispose la Ventrue.

Moreno abbassò la fronte e la sua Bestia lo strinse alla gola: non ne sarebbe mai uscito se non Morto Infine. Non gli restava che sperare in Chichi e in un suo ultimo tentativo di convincere la Gerofante a graziarlo.

Invece, mentre sprofondava nella tetraggine, venne fulmineamente afferrato da Vania per i pantaloni all'altezza del cavallo.

«E ma lui è un “coso”, non è capace di fare il maschio».

Moreno cercò d'allontanare la progenie anziana di Patricia, ma lei lo strattonò con forza dal basso verso l'alto sollevandolo di peso con una sola mano.

Attia si fece nebulosa, un topo campagnolo uscì da una fessura del muro e corse a nascondersi sotto le sue gambe.

«Lo farà», disse Patricia che non accettava mai un “no” come risposta, «Tutti i Fratelli possono farlo e questo deve valere anche per lui».

Chichi, seduta sul pavimento con le gambe piegate e i talloni alle natiche intervenne: «Non puoi obbligarlo, no es giusto; se lui no puede rischi di metterlo en peligro».

Leonardo iniziò a sentirsi oltraggiato. Era terribile sentir parlare di se stessi in quei termini, specialmente in mezzo a un gruppo di sole donne.

«È un lurido verme schifoso», sentenziò Patricia, «Una perversione della Nostra gente; una cosa che non dovrebbe esistere. O lo fa o lo lascio al sole».

Di minacce Moreno ne aveva sentite tante, ma questa forse era stata la più reale tra tutte.

«Io lo aiuterò», disse Attia. Moreno avrebbe dovuto sbarrare gli occhi, sbalordirsi, dire una battutaccia; non fece niente di tutto ciò, preferiva chiuderli gli occhi per cercare di scivolare in un sonno più profondo e abbandonare l'incubo.

Patricia si mosse per portarsi di fronte ad Attia, una mano sul fianco e le spalle inflessibili: «La Vostra persona è fin troppo sacra per insozzarsi con questo», replicò.

«Mia dolce, nessuno si oppone alle mie volontà», l'accusò la Somma Sacerdotessa.

Patricia restò interdetta per qualche secondo dritta di fronte ad Attia, non si capiva bene se stesse calcolando la situazione oppure mordendo il freno della sua Bestia. Poi altro non fece che increspare le labbra prima di togliersi dalla visuale della Gerofante.

«Appropinquiamoci a nutrire la terra», esclamò Attia soddisfatta.

La Gerbini tornò allo scatolone e ricominciò a prendere le scodelle, a uno a uno i Pagani passarono da lei per farsi consegnare un recipiente unitamente a dei coltelli sporchi di ruggine, segatura e mota rappresa.

Mano a mano che i rustici strumenti religiosi venivano distribuiti tra i vampiri, loro si spogliavano completamente a esclusione di Attia. Moreno prese il suo necessaire dalle mani della Gerbini e si diresse mogio mogio in fondo alla stanza per svestirsi.

Completamente nudo si abbassò sul pavimento lurido, coperto da uno strato compatto di polvere, escrementi, humus del bosco penetrato dalle finestre rotte, insetti, parassiti morti e vivi. Si mise in ginocchio e si protese per appoggiarsi sulle mani. Alzò gli occhi, tutte le sue consorelle erano davanti a lui in ordine sparso, nude anch'esse. Culi, vulve, natiche, vagine, chiappe, fiche; la luce era quasi del tutto assente ma un Mekhet ci vedeva benissimo lo stesso. La vagina di Chichi era una fessura assolutamente liscia, divaricata quel tanto che bastava a mostrare l'interno morbido delle piccole labbra e questo a parte, le carni della Toreador non mostravano alcuna variazione di colore, intensità o consistenza; da capo a piedi lei era come avorio granato di un alone tra l'olivastro e il rosato senza soluzione di continuità, senza un segno d'imperfezione, persino al centro delle natiche piccole e tonde, il suo ano era solo un buchino tondo senza grinze.

Vania aveva la pelle come la luna, i fianchi leggermente larghi e la sua fica era nascosta da un pube fitto, nero, morbido e setoso che si prolungava in mezzo ai glutei spuntando arricciato. Il culo più grosso e leggermente sformato era quello della Gerbini, aveva quasi quarant'anni quando Patricia l'Abbracciò; inginocchiata alla mussulmana il suo sedere si apriva ampiamente mostrando per intero i genitali dalle carni confuse, più scure in punta. Quella sera Patricia si era messa nell'angolo più lontano, Leonardo poteva vederla solo obliquamente carponi e con il volto nascosto dalle sue ciocche bionde. Si ricordava però che Patricia ce l'aveva quasi uguale a Chichi, un po' più rosa e irregolare, con peli sottili, radi e dorati.

Queste non erano donne, erano dei bevitori di sangue con il potere di continuare a usare il sesso in quasi tutte le forme. Pur se non aveva più alcuna incidenza sulle loro più basilari necessità d'esistenza, nessuna era affatto intenzionata a rinunciare alla loro femminilità, anzi facevano vanto e orgoglio di possedere ancora una forza creatrice più grande di quella concessa alle donne in vita. Leonardo non era mai riuscito a comprendere questo aspetto della sua congrega, e si era rassegnato al fatto che non lo avrebbe mai capito, perciò era condannato a essere considerato un verme fin quando non avrebbe trovato un modo per sottrarsi alle umiliazioni di questa società matriarcale.

Attia dall'altra parte della stanza trascinò un pentolone dallo smalto sbeccato, lo colpì con le nocche e iniziò un canto dalle parole antiche. La voce della Gerofante scorreva sopra le teste e le schiene tese dei suoi fedeli morbida e argentina, come se fosse una giovinetta colei che decantava. Moreno aveva sentito quelle parole centinaia di volte ma non le aveva mai imparate, non riusciva ad afferrare o a distinguere una sola frase in quella sequela infinita di polisillabi, ma non era importante, a lui era richiesto unicamente di restare immobile e assolutamente silenzioso fino al gong successivo, quando avrebbe dovuto aprirsi una vena e far uscire il suo sangue nella scodella. Era così che i Pagani del Circolo della Megera “nutrivano la terra”, sopportando a denti stretti il dolore di sventrarsi il corpo e il senso di sfinimento agghiacciante che comportava la donazione della propria Vitae.

Lo facevano una, a volte due, raramente tre volte al mese, e non c'era modo di abituarsi alla sofferenza dell'atto, perché soffrire è una legge fondamentale degli Accoliti: se non soffri non sei nulla, se non soffri non conosci niente del mondo selvaggio che è la Natura e non ne fai più parte.

A quale fine fosse destinata quella mistura fredda e vermiglia una volta raccolta nella pentola scrostata della Gerofante, Moreno lo ignorava completamente. Conosceva un unico motto: “nutrire la terra” che poteva significare qualunque cosa. Si era reso conto di come il suo sangue di vampiro fosse una delle cose più potenti che esistevano al mondo. La Vitae era magia allo stato liquido, certe volte arrivava a pensare che fosse l'unica cosa viva dentro di lui, ciò che gli permetteva di esistere; una cosa, un'entità diversa in simbiosi con lui, un perenne baratto di favori e abiezioni su entrambi i fronti. Questo Moreno provava riguardo il meglio conosciuto rapporto tra l'Uomo e la Bestia, sul quale tanti Fratelli eruditi avevano costruito castelli di idee e di carta nei millenni. Ma cosa succedeva quando la Vitae era lasciata libera di essere se stessa fuori dal corpo di un vampiro?

Se l'idea di nutrire la terra di Attia era vera, ed Ella non sprecava interi litri d'inestimabile linfa stregata, scimmiottando un contadino, allora la Somma Sacerdotessa era l'artefice indiscussa del mistero più tenebroso dell'Umbria, una terra densa di magia in ogni luogo; magia creata dalla Vitae dei Pagani che nei secoli era percolata nel profondo delle profondità dei luoghi e risaliva di continuo come un mondo invisibile che avvolge il mondo degli uomini.

Tutti più o meno sapevano una cosa del genere, gli effetti della Vitae sui vivi erano notori e persino gli animali e le piante reagivano a essa in modi strani e strabilianti, ma arrivare a dire che un'intera foresta, una foresta se stante non un insieme di alberi, una città i suoi abitanti compresi, e non un insieme di case, fossero soggetti ai rituali recitati con amorose cure da Attia, faceva girare la testa e respirare per avere il controllo di se stessi, sentirsi tremare le mani invece di farsi trascinare dal senso della mostruosità.

Leonardo si era convinto di questa tesi perché gli avevano detto che niente gli avrebbero insegnato; gli Accoliti del Circolo della Megera non apprendevano assolutamente nulla attraverso i comuni tramiti della civiltà, non c'erano libri da studiare o insegnati da ascoltare, il sapere era nelle cose fatte, negli atti, nei gesti, nell'opera della Creazione. Se mai una notte Moreno sarebbe arrivato a essere lui il pontifex che collezionava la Vitae dei suoi fedeli al posto di Attia, lo avrebbe fatto diversamente da Ella, e forse anche per fini diversi. Ecco, nella pura verità, per quale motivo Moreno credeva che la Vitae servisse per dare potere alla terra e ai Pagani, era un'idea grandiosa che concedeva di scacciare quell'ombra di sospetto terrificante per la quale il sangue da lui offerto con dolore e sacrificio finisse per nutrire qualche orrore come le Nemesi, una realtà terribile di Perugia, una congrega posta fuori dalla società dei Fratelli, un nemico invisibile e sconosciuto che colpiva d'improvviso qualcuno di Loro distruggendolo col fuoco. E c'era pure un altro gruppo di Fratelli simili alle Nemesi in Umbria: la Minaccia, ancora più pericolosa delle prime. Non erano storie per spaventare, non erano sgherri dell'Augusto travestiti da cacciatori per motivi politici, erano paura allo stato puro ed era meglio non pensare ai propri anziani immischiati con loro in qualità di cause reali della miseria dei giovani, altrimenti si poteva solo finire arruolati tra i Carthiani o a osservare il sorgere del sole.

Attia batté con un mestolo il suo pentolone magico, Moreno osservò languido i riflessi del suo suo sangue ondeggiare nella ciotola mentre le sue compagne si rialzavano e completamente nude si avvicinavano alla Gerofante. Avrebbero dovuto inginocchiarsi di nuovo per deporre il liquido nella pentola e terminare il rituale.

Questa volta però accadde qualcosa di inaspettato. Patricia restò accovacciata con i talloni sotto le natiche nell'angolo più scuro della stanza. Senza dire nulla Valeria Gerbini si avvicinò a costei e raccolse la sua ciotola.

La neonata si avvicinò tremante all'Incarnazione della Megera e tutte le altre si fermarono. Attia teneva il mestolo di silver stretto in pugno, guardava le due Ventrue con un volto dai sentimenti inesplicabili. Quando gli occhi della figura scura nella penombra brillarono come due chiazze più chiare in direzione la progenie del Barone, Valeria guizzò svelta svelta verso la pentola e gettò frettolosamente il sangue.

Attia afferrò la pentola incurante e riempì il silenzio col rumore degli zoccoli di legno andandosene.

Nessuno disse niente, Moreno e le donne avevano ora troppa fame per aver voglia di discutere, ammesso che fosse possibile.

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