mercoledì 24 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (7)


Al cospetto degli Dei Morti – 2 – arte naturale

La sera successiva, poche ore dopo il tramonto, i Pagani che infestavano molti degli abbondanti casolari abbandonati sul Colle della Trinità si erano già tutti nutriti a sazietà. Ciò era una condizione indispensabile per ritrovarsi tinsieme e collaborare mantenendo al minimo i litigi e i colpi di testa improvvisi, condizione che valeva persino per la dolce Chichi e la glaciale Patricia.

Si trovavano in una specie di rimessa decentemente tenuta a poche centinaia di metri dalla casa di Chichi, una bella villa nella zona più bassa della collina. Dall'interno dell'edificio i vampiri poterono vedere un fascio di luce provenire dalla strada sterrata e colpire il vetro accompagnato dal rumore di un'auto in avvicinamento. Alcuni dei presenti si avvicinarono alla porta della rimessa e l'aprirono alzandola sulla basculante. Una Fiat Punto Van frenò di colpo poco oltre la porta, le sue luci di manovra si accesero sul posteriore e la macchina scattò dentro il garage curvando rapidamente. Il motore si spense e il posto del suo rumore fu preso da uno stereo acceso al massimo del volume. La portiera del guidatore si aprì e da questa spuntarono gli anfibi di Vania e il suo viso sadicamente allegro.

«Eccomi qua», disse, «Scarichiamo in fretta che voglio riportare l'auto a chi l'ho presa prima che si allontani troppo per cercarla, non mi va di fare troppa strada per un bel ragazzo».

Naturalmente le battute di Vania erano da tempo ignorate da tutti, praticamente da quando aveva ripreso a parlare speditamente dopo l'Abbraccio. Patricia e Vania si avvicinarono al posteriore della Punto, una delle due aprì la portiera del bagagliaio e la musica accentuò il volume inondando tutto il vano.

«Vania, spegni questa radio», ordinò Patricia.

Il pannello sulla portiera posteriore aperta sopra le teste delle vampire smise di sussultare e in quel momento, dal rock gotico si passò a ben altro genere di rumore. Nel bagagliaio della Punto erano posti quattro scatoloni di cartone che continuavano a fremere poiché v'erano dentro delle cose vive. Da una delle scatole spuntarono fuori due occhioni enormi per una testolina grande quanto il pugno di un bambino, erano neri e umidi, tremavano insieme a un paio di piccole orecchie triangolari ricoperte di pelo marroncino. Il cucciolo di cane annusò l'aria storcendo buffamente il naso roseo, poi iniziò a guaire debolmente e gli altri suoi otto fratellini lo seguirono di concerto.

Era impossibile capire se i cuccioli fossero spaventati, cercassero d'attirare l'attenzione oppure del latte, erano troppo piccoli perché i vampiri potessero penetrare nelle loro menti per apprendere qualcosa. Sicuramente erano confusi e istintivamente impauriti e a forza di frignare e agitarsi una scatola si rovesciò e uscirono tre batuffoletti morbidi e grassocci. Erano tutti bastardini tranne uno che Chichi riconobbe come un cucciolo di Labrador per via delle zampe sproporzionate e il mantello color miele.

Sorridente ed estasiata la piccola Daeva raccolse proprio il cane di razza e lo alzò in alto.

«Vanno bene», constatò Patricia voltandosi e allontanandosi dall'automobile, ma quando udì emergere tra i guaiti un uggiolare di dolore che divenne subito poco più di un sibilo, si voltò di scatto e vide Chichi, sempre sorridente con quei dentini piccoli e bianchissimi, strangolare a morte il cagnolino che subiva inerme la sua sorte.

«Ma cosa fai?» Urlò severamente la Ventrue.

Chichi lasciò il corpicino esanime sopra un ripiano: «Li mato», rispose indifferente.

«Devono morire nei corpi della Madre e del Suo Amante», le ricordò ancora più severa, quasi furente, Patricia.

«Lo se, ma ho paura que mi rovinino il lavoro se li metto dentro vivi».

Patricia serrò le mascelle, il suo volto assunse una geometria dalla bellezza ultraterrena nonché terrificante, Chichi si ritrovò un braccio stretto nella morsa della Ventrue e per un momento il suo corpo fu sollevato da terra come fosse stata un manichino, ma poi ritrovò vitalità e forza.

Vania, Valeria e Leonardo intorno alle due presero l'atteggiamento simile a quello di un branco di lupi che osserva i due più forti lottare per stabilire di chi è il comando. Patricia sapeva combattere, Attia si era dedicata a lei in passato, ma Chichi non doveva essere sottovalutata, era capace di muoversi rapida come una saetta e la Vitae per sprigionare il Vigore soprannaturale dei vampiri non le mancava.

«Fammi vedere il tuo lavoro», disse lentamente Patricia. Cambiando argomento repentinamente la Ventrue evitava il confronto diretto e ribadiva la sua autorità come seconda in potere in congrega.

Senza risponderle Chichi si districò dalla presa e massaggiandosi il braccio brunito si diresse nell'angolo in fondo alla rimessa che ospitava un confusionario insieme di scatole, bidoni, secchi, tavole di legno, teli e lenzuola. Al centro del disordine Chichi tirò via un telo di plastica verde sotto il quale c'era il suo lavoro. Erano due pupazzi a grandezza umana unici nel loro genere. Dovevano raffigurare un uomo e una donna, la Madre e il suo Amante, che seduti sopra un grosso tronco di quercia ricurvo si tenevano per le mani. Chichi aveva usato rami di cerro, di leccio, di pino e di abete per costruire le loro strutture principali, tralci di vite e di olivo più flessibili e malleabili completavano le forme e frutti secchi di lunaria, vischio e fiori di colore rosa acceso formavano i dettagli rivestendo le figure come se avessero indosso delle tuniche.

Nessun rametto, foglia o sterpo era stato tagliato da una lama, la scultura rispettava completamente i concetti dell'arte delle forme naturali a esclusione del vischio che era stato reciso con un falcetto d'oro come pretendeva l'antica tradizione pagana.

Le figure non avevano volto, Chichi aveva modellato con delicatezza e precisione le loro capigliature, sul collo della donna una ghirlanda di bacche dorate assumeva la sembianza di un monile, ma sopra questo vi era solo uno spazio vuoto che mostrava come le due statue vegetali fossero cave al loro interno così da poter accogliere i cuccioli di cane.

Chichi aveva timore che se avesse inserito i cani ancora vivi nelle sculture, questi muovendosi e agitandosi, avrebbero potuto distruggere le tante ore di lavoro trascorse graffiandosi le dita e macchiandosi le mani di linfa. I suoi compagni di congrega osservavano meravigliati il suo eccellente lavoro, Patricia vi passeggiò intorno alcuni minuti senza mostrare emozioni. A un tratto disse: «Ci sono poche rose centifolie»

«Le ho cambiate con le bouganville», le rispose Chichi.

Patricia ruotò su se stessa così velocemente che i suoi piedi sembrarono invisibili, gli occhi bene aperti a saettare d'azzurro glaciale in tutta la loro potenza.

«Oui», rispose con accento perfetto, la chioma dorata splendidamente contrastata dalla sciarpa rossa intorno al collo che portava dalla sera prima.

Chichi spinse in avanti il petto alzando il suo piccolo seno perfetto, mise le sue mani dalle unghie rosee sui fianchi dove scendeva il maglione celeste con il collo a V e rispose ancora alla progenie del Barone: «Le Rose di Provenza non si trovano facilmente in dicembre, ho dovuto faticare anche per il vischio».

Patricia avvertì l'impulso di allargare di più la scollatura del maglione di Chichi, fino a poterle strappare il cuore con le mani per lanciarlo in faccia al suo amichetto Iona; ma si accorse anche di cincischiare troppo. Tagliò corto pur volendo avere l'ultima parola: «È stato colto da mani pure?», chiese riferendosi al vischio.

«Certamente!» Rispose Chichi mentendo con evidenza.

martedì 23 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (6)


Al cospetto degli Dei Morti – 1 – il conciliabolo delle sacerdotesse

Dopo la notte in cui Moreno fallì nel rapimento del neonato a Todi, s'imbatté in Skidone e finì nuovamente massacrato, si tenne in disparte per diverso tempo. Non voleva farsi vedere da Chichi con la faccia devastata e poi non voleva parlare con lei né di quanto facessero schifo Vania e Patricia, né di quanto era incapace lui come Pagano. Ottavio e Italo erano incomparabilmente migliori nel combattimento e come agenti per missioni pericolose, lui al limite era bravo solo a prenderle.

Tramite la Gerbini era giunta a Moreno la notizia che Ottavio e Italo erano Finiti dentro la Prigione del Mostro, cioè dell'Agnus... Va be', qualsiasi cosa fosse per Moreno significava due stronzi di meno, e sperava che accadesse qualcosa di simile anche alle Sacerdotesse della Scopata cosicché Attia si ritrovasse con nessun fedele e lui se ne sarebbe potuto andare via con Chichi – sempre che Chichi fosse stata d'accordo e avesse perdonato il suo ultimo comportamento.

Una sera la Gerbini lo chiamò per avvisarlo di farsi trovare al casolare sotto il Colle della Trinità perché dovevano vedersi. Leonardo pensò che dovesse trattarsi di quella storia sui due umani che avevano ben pensato di buttare l'immondizia nel loro territorio, invece avvicinandosi all'abitazione d'aspetto abbandonato Moreno udì dei lamenti, il singhiozzare e il piangere disperato di una donna: era Chichi. Fece gli ultimi metri così velocemente da alzare le foglie e la sporcizia ovunque ed entrò nella stanza dove c'erano tutte le sue consorelle.

Attia sedeva su un cumulo di casse di legno e di plastica come fosse una grassa matrona, stringeva tra le braccia la testolina di Chichi che piangeva come una bambina inginocchiata sulla Gerofante.

«Lo siento, lo siento! Soy stata mala, malaaa...» Gridava a squarciagola la Toreador. Rialzò la testa: lacrime rosso fuoco colavano dai suoi occhi, le rigavano il volto florido e polposo come una mela candendo su Attia.

Attia la guardava maternamente, la stringeva a sé e la carezzava sul collo e sulle spalle allorché s'accorse di Moreno. L'anziana si voltò in sua direzione cambiando immediatamente d'espressione: «Lo vedi? Vedi le tue colpe quante sofferenze portano a noi tutti? Sei così perverso e malefico da non risparmiare neppure chi di più ami», gli disse.

I pensieri e le emozioni di Leonardo andarono nel pallone, non capiva assolutamente cosa accadeva a Chichi e perché piangeva.

«È colpa sua anche la Morte di Ottavio e di Italo. Hai fallito, e le Forze si sono ritorte contro di noi!» L'accusò furente la Gerbini.

Leonardo si sentì perduto: lo volevano Finito e Chichi piangeva per la sua condanna.

«Ottavio e Italo sono stati un sacrificio», mormorò Attia con il mento quasi sul petto mentre continuava a consolare Chichi che andava rilassandosi, «Il loro sangue ha nutrito la terra, il loro sangue dona forza all'Apocalissi in Sacrificio, esso spiegherà le sue ali deridendo la futile gabbia degli adoratori del dio unico».

Attia voleva liberare il Mostro? Al solo pensiero Leonardo fu colpito da un senso d'angoscia e di oppressione direttamente nel suo petto di non morto. Meglio non pensarci, meglio cercare di capire che diavolo fosse accaduto a Chichi.

«Ma che... Perché Chichi piange?» La Toreador aveva smesso, ma rimaneva tra le braccia amorevoli e screziate di fango di Attia.

«Colpa tua», disse Patricia da un angolo, fumava una sigaretta, era vestita con un impermeabile in stile Marlene Dietrich completato da una sciarpa rossa intorno al collo: «Tu non fai il tuo dovere, fallisci come un idiota e ti fai scoprire da Skydone, per giunta. La tua amica», disse muovendo gli occhi su tutti a esclusione di Chichi, «Si fa incantare e raggirare come di solito dal Divus mezzo pelato con gli occhi di smeraldo e il Magister Illuminator inizia a infastidirci. Basta?» Leonardo abbassò la testa più che colpevole.

«Se non ti basta», continuò impietosa Patricia, «Ti racconto anche di quando siamo venute a sapere dell'ingenua delazione di Chichi, e di come le abbiamo fatto presente le sue responsabilità», la progenie del Principe fece una pausa per aspirare dalla sigaretta, poi riprese sempre altera: «E lei si è prodotta in uno dei suoi stucchevoli piagnistei di fronte a Pedro il Mezzosangue. Mai confidarsi con chi beve la tua Vitae», pontificò, «Perché fanno come Pedro: s'accecano di rabbia e gelosia, prendono un paletto, presumono di poter far vendetta contro uno di Noi, poi finiscono con il collo spezzato in una via del centro».

Moreno aveva la situazione abbastanza chiara adesso: «Quanti lutti e quanta sofferenza riesci a contare?» Chiese per conferma Patricia.

Leonardo non rispose perché sul finale del discorso di Patricia, Vania si era spostata alle sue spalle per infastidirlo e lui era ancora impegnato nel tener lontano la Ventrue altamente instabile giocando al gatto e il topo qua e là per la stanza.

Patricia non badava ai giochi della sua progenie e le opinioni di Moreno o di chiunque altri non le importavano; alla Ventures interessavano solo l'obbedienza e la riverenza.

«Il rituale», disse Patricia cambiando argomento.

«Ah sì», rammentò Attia. Vania e Leonardo si interruppero immediatamente. La Gerbini si avvicinò a uno scatolone di carta pressata e iniziò a trarne fuori delle scodelle.

Patricia s'avvicinò alla sua seconda progenie e le poggiò una mano sul braccio: «Non intendevo questo rituale».

Attia con delicatezza lasciò che Chichi sedesse in terra, «Adunque quale?» Domandò insospettita.

«Devono pagare», disse in tutta risposta la vampira bionda con gli occhi saettanti.

«Sì, dai!» Proruppe Vania, «Facciamolo! Voglio vederli disperati».

Chichi e Leonardo incrociarono i loro sguardi, lei in apprensione e consapevole dell'oscura materia in discussione, lui in apprensione e basta pur sapendo che l'ultima parola spettava comunque ad Attia e che una sua decisione avrebbe potuto avere qualunque esito e qualunque significato.

«Gli astri non sono mai stati tersi, vedi tu i fratelli contro i fratelli e le madri indotte a uccidere i figli, il paese dell'uomo bruciante, devastato dalla terra stessa, la fame piaga di tutti, innocenti e colpevoli, e chi nutrirà la terra Patritia

«L'Ombra», rispose la Ventrue.

Moreno abbassò la fronte e la sua Bestia lo strinse alla gola: non ne sarebbe mai uscito se non Morto Infine. Non gli restava che sperare in Chichi e in un suo ultimo tentativo di convincere la Gerofante a graziarlo.

Invece, mentre sprofondava nella tetraggine, venne fulmineamente afferrato da Vania per i pantaloni all'altezza del cavallo.

«E ma lui è un “coso”, non è capace di fare il maschio».

Moreno cercò d'allontanare la progenie anziana di Patricia, ma lei lo strattonò con forza dal basso verso l'alto sollevandolo di peso con una sola mano.

Attia si fece nebulosa, un topo campagnolo uscì da una fessura del muro e corse a nascondersi sotto le sue gambe.

«Lo farà», disse Patricia che non accettava mai un “no” come risposta, «Tutti i Fratelli possono farlo e questo deve valere anche per lui».

Chichi, seduta sul pavimento con le gambe piegate e i talloni alle natiche intervenne: «Non puoi obbligarlo, no es giusto; se lui no puede rischi di metterlo en peligro».

Leonardo iniziò a sentirsi oltraggiato. Era terribile sentir parlare di se stessi in quei termini, specialmente in mezzo a un gruppo di sole donne.

«È un lurido verme schifoso», sentenziò Patricia, «Una perversione della Nostra gente; una cosa che non dovrebbe esistere. O lo fa o lo lascio al sole».

Di minacce Moreno ne aveva sentite tante, ma questa forse era stata la più reale tra tutte.

«Io lo aiuterò», disse Attia. Moreno avrebbe dovuto sbarrare gli occhi, sbalordirsi, dire una battutaccia; non fece niente di tutto ciò, preferiva chiuderli gli occhi per cercare di scivolare in un sonno più profondo e abbandonare l'incubo.

Patricia si mosse per portarsi di fronte ad Attia, una mano sul fianco e le spalle inflessibili: «La Vostra persona è fin troppo sacra per insozzarsi con questo», replicò.

«Mia dolce, nessuno si oppone alle mie volontà», l'accusò la Somma Sacerdotessa.

Patricia restò interdetta per qualche secondo dritta di fronte ad Attia, non si capiva bene se stesse calcolando la situazione oppure mordendo il freno della sua Bestia. Poi altro non fece che increspare le labbra prima di togliersi dalla visuale della Gerofante.

«Appropinquiamoci a nutrire la terra», esclamò Attia soddisfatta.

La Gerbini tornò allo scatolone e ricominciò a prendere le scodelle, a uno a uno i Pagani passarono da lei per farsi consegnare un recipiente unitamente a dei coltelli sporchi di ruggine, segatura e mota rappresa.

Mano a mano che i rustici strumenti religiosi venivano distribuiti tra i vampiri, loro si spogliavano completamente a esclusione di Attia. Moreno prese il suo necessaire dalle mani della Gerbini e si diresse mogio mogio in fondo alla stanza per svestirsi.

Completamente nudo si abbassò sul pavimento lurido, coperto da uno strato compatto di polvere, escrementi, humus del bosco penetrato dalle finestre rotte, insetti, parassiti morti e vivi. Si mise in ginocchio e si protese per appoggiarsi sulle mani. Alzò gli occhi, tutte le sue consorelle erano davanti a lui in ordine sparso, nude anch'esse. Culi, vulve, natiche, vagine, chiappe, fiche; la luce era quasi del tutto assente ma un Mekhet ci vedeva benissimo lo stesso. La vagina di Chichi era una fessura assolutamente liscia, divaricata quel tanto che bastava a mostrare l'interno morbido delle piccole labbra e questo a parte, le carni della Toreador non mostravano alcuna variazione di colore, intensità o consistenza; da capo a piedi lei era come avorio granato di un alone tra l'olivastro e il rosato senza soluzione di continuità, senza un segno d'imperfezione, persino al centro delle natiche piccole e tonde, il suo ano era solo un buchino tondo senza grinze.

Vania aveva la pelle come la luna, i fianchi leggermente larghi e la sua fica era nascosta da un pube fitto, nero, morbido e setoso che si prolungava in mezzo ai glutei spuntando arricciato. Il culo più grosso e leggermente sformato era quello della Gerbini, aveva quasi quarant'anni quando Patricia l'Abbracciò; inginocchiata alla mussulmana il suo sedere si apriva ampiamente mostrando per intero i genitali dalle carni confuse, più scure in punta. Quella sera Patricia si era messa nell'angolo più lontano, Leonardo poteva vederla solo obliquamente carponi e con il volto nascosto dalle sue ciocche bionde. Si ricordava però che Patricia ce l'aveva quasi uguale a Chichi, un po' più rosa e irregolare, con peli sottili, radi e dorati.

Queste non erano donne, erano dei bevitori di sangue con il potere di continuare a usare il sesso in quasi tutte le forme. Pur se non aveva più alcuna incidenza sulle loro più basilari necessità d'esistenza, nessuna era affatto intenzionata a rinunciare alla loro femminilità, anzi facevano vanto e orgoglio di possedere ancora una forza creatrice più grande di quella concessa alle donne in vita. Leonardo non era mai riuscito a comprendere questo aspetto della sua congrega, e si era rassegnato al fatto che non lo avrebbe mai capito, perciò era condannato a essere considerato un verme fin quando non avrebbe trovato un modo per sottrarsi alle umiliazioni di questa società matriarcale.

Attia dall'altra parte della stanza trascinò un pentolone dallo smalto sbeccato, lo colpì con le nocche e iniziò un canto dalle parole antiche. La voce della Gerofante scorreva sopra le teste e le schiene tese dei suoi fedeli morbida e argentina, come se fosse una giovinetta colei che decantava. Moreno aveva sentito quelle parole centinaia di volte ma non le aveva mai imparate, non riusciva ad afferrare o a distinguere una sola frase in quella sequela infinita di polisillabi, ma non era importante, a lui era richiesto unicamente di restare immobile e assolutamente silenzioso fino al gong successivo, quando avrebbe dovuto aprirsi una vena e far uscire il suo sangue nella scodella. Era così che i Pagani del Circolo della Megera “nutrivano la terra”, sopportando a denti stretti il dolore di sventrarsi il corpo e il senso di sfinimento agghiacciante che comportava la donazione della propria Vitae.

Lo facevano una, a volte due, raramente tre volte al mese, e non c'era modo di abituarsi alla sofferenza dell'atto, perché soffrire è una legge fondamentale degli Accoliti: se non soffri non sei nulla, se non soffri non conosci niente del mondo selvaggio che è la Natura e non ne fai più parte.

A quale fine fosse destinata quella mistura fredda e vermiglia una volta raccolta nella pentola scrostata della Gerofante, Moreno lo ignorava completamente. Conosceva un unico motto: “nutrire la terra” che poteva significare qualunque cosa. Si era reso conto di come il suo sangue di vampiro fosse una delle cose più potenti che esistevano al mondo. La Vitae era magia allo stato liquido, certe volte arrivava a pensare che fosse l'unica cosa viva dentro di lui, ciò che gli permetteva di esistere; una cosa, un'entità diversa in simbiosi con lui, un perenne baratto di favori e abiezioni su entrambi i fronti. Questo Moreno provava riguardo il meglio conosciuto rapporto tra l'Uomo e la Bestia, sul quale tanti Fratelli eruditi avevano costruito castelli di idee e di carta nei millenni. Ma cosa succedeva quando la Vitae era lasciata libera di essere se stessa fuori dal corpo di un vampiro?

Se l'idea di nutrire la terra di Attia era vera, ed Ella non sprecava interi litri d'inestimabile linfa stregata, scimmiottando un contadino, allora la Somma Sacerdotessa era l'artefice indiscussa del mistero più tenebroso dell'Umbria, una terra densa di magia in ogni luogo; magia creata dalla Vitae dei Pagani che nei secoli era percolata nel profondo delle profondità dei luoghi e risaliva di continuo come un mondo invisibile che avvolge il mondo degli uomini.

Tutti più o meno sapevano una cosa del genere, gli effetti della Vitae sui vivi erano notori e persino gli animali e le piante reagivano a essa in modi strani e strabilianti, ma arrivare a dire che un'intera foresta, una foresta se stante non un insieme di alberi, una città i suoi abitanti compresi, e non un insieme di case, fossero soggetti ai rituali recitati con amorose cure da Attia, faceva girare la testa e respirare per avere il controllo di se stessi, sentirsi tremare le mani invece di farsi trascinare dal senso della mostruosità.

Leonardo si era convinto di questa tesi perché gli avevano detto che niente gli avrebbero insegnato; gli Accoliti del Circolo della Megera non apprendevano assolutamente nulla attraverso i comuni tramiti della civiltà, non c'erano libri da studiare o insegnati da ascoltare, il sapere era nelle cose fatte, negli atti, nei gesti, nell'opera della Creazione. Se mai una notte Moreno sarebbe arrivato a essere lui il pontifex che collezionava la Vitae dei suoi fedeli al posto di Attia, lo avrebbe fatto diversamente da Ella, e forse anche per fini diversi. Ecco, nella pura verità, per quale motivo Moreno credeva che la Vitae servisse per dare potere alla terra e ai Pagani, era un'idea grandiosa che concedeva di scacciare quell'ombra di sospetto terrificante per la quale il sangue da lui offerto con dolore e sacrificio finisse per nutrire qualche orrore come le Nemesi, una realtà terribile di Perugia, una congrega posta fuori dalla società dei Fratelli, un nemico invisibile e sconosciuto che colpiva d'improvviso qualcuno di Loro distruggendolo col fuoco. E c'era pure un altro gruppo di Fratelli simili alle Nemesi in Umbria: la Minaccia, ancora più pericolosa delle prime. Non erano storie per spaventare, non erano sgherri dell'Augusto travestiti da cacciatori per motivi politici, erano paura allo stato puro ed era meglio non pensare ai propri anziani immischiati con loro in qualità di cause reali della miseria dei giovani, altrimenti si poteva solo finire arruolati tra i Carthiani o a osservare il sorgere del sole.

Attia batté con un mestolo il suo pentolone magico, Moreno osservò languido i riflessi del suo suo sangue ondeggiare nella ciotola mentre le sue compagne si rialzavano e completamente nude si avvicinavano alla Gerofante. Avrebbero dovuto inginocchiarsi di nuovo per deporre il liquido nella pentola e terminare il rituale.

Questa volta però accadde qualcosa di inaspettato. Patricia restò accovacciata con i talloni sotto le natiche nell'angolo più scuro della stanza. Senza dire nulla Valeria Gerbini si avvicinò a costei e raccolse la sua ciotola.

La neonata si avvicinò tremante all'Incarnazione della Megera e tutte le altre si fermarono. Attia teneva il mestolo di silver stretto in pugno, guardava le due Ventrue con un volto dai sentimenti inesplicabili. Quando gli occhi della figura scura nella penombra brillarono come due chiazze più chiare in direzione la progenie del Barone, Valeria guizzò svelta svelta verso la pentola e gettò frettolosamente il sangue.

Attia afferrò la pentola incurante e riempì il silenzio col rumore degli zoccoli di legno andandosene.

Nessuno disse niente, Moreno e le donne avevano ora troppa fame per aver voglia di discutere, ammesso che fosse possibile.

lunedì 22 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (5)

Prologo 05

In un mondo di carta patinata stampata a fotolito, quella sarebbe stata l'occasione in cui l'eroe Leonardo Moreno usciva dalle ombre per dare una lezione ai bulli, cacciandoli dal locale con la formula “questo è il mio territorio”. Purtroppo Moreno (non)vive nel Mondo di Tenebra e quelli erano tre, manifestamente violenti e molto a loro agio nella situazione, mentre lui era un neonato appena arrivato che poteva rischiare di perdere la strada per tornare al rifugio.

L'unica strategia possibile era quella di tentare di rendersi ancora più invisibile e di uscire in sordina, perché se restava lì era sicuro che quei tre Fratelli lo avrebbero scoperto. Quando uno dei due maschi calciò una sedia facendola cadere rumorosamente in terra, alcuni avventori decisero che il posto non faceva più per loro e che era meglio andarsene senza troppi complimenti, ci avrebbe pensato la polizia ai teppisti.

Moreno trovò il coraggio di scappare in quel frangente, mescolandosi alla fila sulla porta mentre dietro di lui la ragazza gotica saltava sopra il bancone dicendo non si capiva cosa al barista.

Leonardo si ritrovò a camminare speditamente sotto il colonnato di via Canali; c'erano altri locali sulla strada, forse sarebbe bastato infilare un'altra porta per seminare i tre, ma li sentì nuovamente alle spalle. Lo raggiunsero e lo affiancarono troppo velocemente perché Leonardo potesse pensare a qualunque altra strategia; poi ebbe un vuoto di memoria, i suoi ricordi tornarono a essere chiari solo a partire dalla scena in cui lui era sul sedile posteriore di un'auto, stretto tra Vania e Ottavio, e raccontava di nuovo tutta la storia del suo Requiem.

La macchina si fermò in una specie di parco a ridosso di un bosco che per Leonardo era del tutto sconosciuto. Il Gangrel Ottavio lo tirò fuori dall'auto e poi lo lasciò lì da solo con Vania.

Vania era, se si può dire, in calore come in qualunque altra occasione che le offriva un nuovo Fratello maschio tutto per lei... Inoltre Leonardo non è male pur essendo un biondino minuto col volto praticamente glabro.

Il problema però era che Ernest si era inculato Leonardo nella sua prima notte di Requiem (momento delicatissimo per qualsiasi Fratello) e gli aveva strappato via non solo una verginità ma anche ogni sensazione umana riguardo al sesso. Tanto era vero che quando Vania lo gettò prono sull'erba e cavalcioni sopra di lui s'alzò la gonna attillata senza niente sotto, Leonardo non capì le sue intenzioni.

Vania gli aprì la camicia e i pantaloni, ma si trovò di fronte un vampiro asessuato con il pisellino di un bambino, incapace di usare il sangue per diventare un vero uomo. Lei prese la cosa veramente male e ricorse a uno dei suoi coltelli preferiti per aprire il ventre di Moreno dalla punta dello sterno all'inguine. Non contenta rovistò tra gli intestini del neonato spandendoli sul terreno circostante prima d'andarsene soddisfatta in altra maniera.

Leonardo non poteva credere all'esistenza di una tortura così atroce; le sue viscere erano una matassa grigiastra uscita dal suo addome, lucide e umide rilasciavano un puzzo di putrefazione soffocante, scariche di dolore correvano dentro loro come acqua in ebollizione in una storta. Sangue non ce n'era, perché la Vitae raramente esce dal corpo, ma per usare il dono della guarigione era costretto a una scelta mostruosa: o riavvolgere tutto il gomitolo delle sue budella e rimetterselo dentro, oppure strapparle e lasciarle incenerire sul prato. Il suo inutile intestino si sarebbe rigenerato come nuovo, ma sarebbe stato comunque come estrarsi tutti i denti senza anestesia.

Molto lentamente Leonardo rialzò il busto, lo squarcio si allargò come una bocca; lui si piegò in avanti sorreggendosi sulle mani. S'accorse di ansimare e ciò aumentava il dolore, cercò di smettere ma urlò selvaggiamente allorché una fitta di dolore lo prese alle spalle. Una sensazione sottile bruciava come fuoco dentro di lui, si sentiva a brandelli. Abbassò gli occhi e vide che dal suo petto uscivano delle specie d'ossa ricurve che non era roba sua.

Sentì l'alito ghiacciato di Italo sfiorargli i capelli, gli stava dicendo cose che non riusciva a capire così assordato dal dolore com'era. Il Gangrel lo trascinò sull'erba trattenendolo con i suoi artigli ferini fino a un albero. Lì lasciò la presa per afferrare un polso di Moreno. Tirò il braccio verso l'alto e lo poggiò contro il tronco piantando un chiodo attraverso la carne e il legno, prima con la sola forza dei muscoli e poi con un martello. Leonardo non poté cercare di ribellarsi perché aveva l'intestino aggrovigliato alle gambe, l'unica cosa che poteva fare era cercare d'estraniarsi, tentare di perdere conoscenza, la morte non sarebbe stata così orrenda se la sua coscienza non sarebbe stata presente.

«Sei un'Ombra no? Se riesci a far sparire il chiodo te ne puoi andare», disse con ironia il Gangrel prima di lasciarlo da solo.

Pochi istanti dopo arrivò una cosa ancora più spaventosa: Attia. Vide questa donna sporca e coperta di stracci muoversi intorno a lui come un animale. Lei l'osservava con curiosità mentre era inerme, squartato, straziato, con una mano inchiodata al tronco di un albero. Anche Attia giocò con le sue viscere, le annusò, le leccò deliziata, gli strappò qualche dito di un piede torcendolo recitando formule inquietanti in lingue che sembravano il latino, l'italiano vecchio di secoli e altre lingue morte. Quando Attia giunse a esaminargli i genitali con la stessa attenzione di una levatrice, Moreno imparò una cosa eccezionale per un vampiro: svenire.


Riaprì gli occhi. L'albero non c'era più, era steso su una brandina in una casa fatiscente. Scattò a sedere e si toccò lo stomaco; vide la ferita chiusa da una stria brunastra, sulla mano aveva un alone dello stesso colore, ma i buchi sul petto e sulle spalle erano ancora aperti.

Prima il dolore e poi la fame. Si guardò intorno, avvertì l'arrivo di un Fratello. Entrò nella stanza una ragazza minuta in jeans e maglietta, aveva i capelli corti come un maschietto, la pelle rosa come una bambina, gli occhi scuri, il sorriso luminoso, le forme perfette; Leonardo si domandò dove fosse il vampiro, ma aveva di fronte Chichi.

Quella notte lei lo nutrì con del sangue umano, per tutte le notti successive lo nutrì con l'affetto. Se Chichi non esistesse, se Leonardo non potesse sentire le sue parole, se non potesse mai più vederla, lui andrebbe incontro al sole senza paura. Non può fuggire dai Gangrel e dai Ventrue del Circolo ed è costretto a subire le loro folli angherie facendo le cose orrende che gli chiedono, ma grazie a Chichi c'è ancora un minimo di speranza in queste notti immonde.



sabato 20 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (4)



Prologo 04

Una sera mentre si stava esercitando con il suo udito soprannaturale, Leonardo riuscì a captare un'inquietante conversazione fra Nicolas ed Ernest.

Nicolas diceva di aver parlato con il fantomatico Chef che: «Si è lamentato del nostro ragazzo, è diventato troppo autonomo da quando se ne va in giro da solo».

Ernest rispose: «Il territorio è troppo piccolo, non ci stiamo tutti. Dobbiamo prendere una decisione».

«Sì», rispose Nicolas.

Pochi minuti dopo Leonardo si trovò tremante e angosciato di fronte ai suoi sire, gli avevano spiegato fin troppo bene quali erano le regole a cui obbedire e aveva capito fin troppo accuratamente il significato della parola “mostro” per prendere le parole dei due alla leggera.

Con stupore Leonardo ricevette invece un discorso paternalista: era diventato un “ometto” vampiro grande ed era giunto il tempo che si facesse da solo la sua strada... Lontano da qui.

«E dove?» Chiese Leonardo ben più impaurito di questo che della minaccia d'essere arso, il suo mondo non era stato troppo grande da vivo e da vampiro i confini si erano ristretti ancora di più perché con la non morte erano sopraggiunti molti nuovi limiti.

«A Perugia!» Gli risposero e gli descrissero una città incredibile e magnifica dove c'erano venti, trenta, non si sapeva bene quanti, ma tanti Fratelli, e c'era davvero posto per tutti perché lì il Principe, cioè il Barone, era una gran brava persona.

«Tu quando arrivi», gli disse Nicolas, «Devi soltanto cercare di sistemarti e di non dare fastidio a nessuno; non appena incontri il primo Fratello non scappare, evita di fare qualsiasi cosa stupida, di' semplicemente che vuoi Presentarti al Principe e chiedi di un anziano Mechèt di nome Angelico. Quando sarai da lui racconta tutta la verità e tutto andrà bene».

Leonardo era un pivellino ma non così cretino, perciò chiese più volte di avere un recapito di qualcuno che l'aiutasse a sistemarsi laggiù, ma Nicolas ed Ernest negarono fermamente di conoscere personalmente qualcuno a Perugia, gli avevano già detto tutto quello che sapevano sulla città e per fare il pieno alla vecchia macchina di suo padre doveva arrangiarsi.

Leonardo partì da Siena e arrivò a Perugia nel giro di due ore, tuttavia il problema non era il volo ma l'atterraggio. Si era procurato una scorta di sacchi di plastica nera nell'idea di proteggersi con questi nel caso non avesse trovato un riparo. Si vedeva messo male, Perugia era incomparabile rispetto a Siena per popolazione, e credeva che se così tanta gente era in giro di notte, di giorno sarebbe stata cinque o sei volte tanto. Reperire un luogo appartato e sicuro gli sembrava impossibile.

Inaspettatamente trovò subito un locale abbandonato, o almeno così sembrava, sulla collina di Prepo a poca distanza dall'uscita dell'autostrada. Il locale aveva una stanza che poteva essere perfettamente sigillata nei confronti della luce con il telo dei sacchi. Decise di lasciare l'auto sul ciglio della strada a circa un chilometro dal nuovo rifugio; al fine di garantirsi la riservatezza s'impegnò quasi allo stremo per occultare misticamente l'intera vettura alla vista di tutti nella speranza che il suo Tocco d'Ombra di Mekhet durasse per qualche ora.

La notte dopo si risvegliò intatto e uscì per iniziare un nuovo Requiem. Voleva andare a Caccia con l'insita speranza di incontrare qualcuno e di cavarsela civilmente (gli avevano detto che era possibile). Quando arrivò dove aveva lasciato l'auto, questa era sparita del tutto e non per causa sua.

Non iniziamo bene. Pensò immaginando un carro attrezzi dei vigili urbani. Avvertì una presenza e vide una donna sui quaranta, non molto alta e tozza che lo fissava con aria gelida. Era Barbara Sperelli, una della Famiglia Mekhet del Primo Stato.

Leonardo riuscì a dirle tutto quello che gli avevano impartito e fu felice d'essere ascoltato ed esaudito anche se con estrema diffidenza e modi incredibilmente algidi. Poco dopo si ritrovò a ripetere per la seconda volta la sua storia al cospetto del Primogenito Angelico.

Leonardo non aveva mai visto un vero anziano. L'incontro con Angelico fu per lui memorabile. Egli sedeva su una sedia romana indossando vesti nere, le gambe lunghe e snelle divaricate, una piegata e l'altra lasciata distesa gli davano un'espressione regale; i capelli corvini sciolti e movimentati fino alle spalle, il viso allungato e aquilino da uomo del Mediterraneo con la pelle segnata di cicatrici infinite lo rendevano una specie statua su cui le intemperie avevano battuto per secoli.

Egli non disse una parola a Leonardo, non una frase né un pensiero direttamente nella mente di lui; il giovane non poté dire neppure d'essere osservato, pur se sapeva che tale percezione non era affatto veritiera.

Poi venne ripreso e portato via dal cospetto del Primogenito, gli dissero che era stato Riconosciuto e gli spiegarono per sommi capi le leggi di Perugia. Leonardo si limitò a memorizzare tutto quello che poté senza correre il rischio di fare domande od obiezioni.

Fu lasciato andare. Convinto d'essere lo stesso sotto osservazione, decise d'iniziare a conoscere la città e a vedere se fin da subito riusciva a stabilire un Territorio di Caccia tutto suo, dato che aveva capito che era possibile farlo.

Arrivò in via Canali, nella zona della Stazione di Fontivegge e s'infilò in un after dinner che gli sembrava un buon posto; era Territorio Carthiano, ma lo ignorava.

Cercò di essere il più anonimo possibile (ancora non riusciva a scomparire del tutto alla vista delle persone) e si mise a studiare il locale alla ricerca di una preda facile. Poco dopo mezzanotte entrarono due uomini e una ragazza facendo gran baccano. Erano Fratelli, s'accorse subito, e assistette a una strana scena da film.

I tre sembravano ubriachi e con cattive intenzioni, in particolare la ragazza, vestita come una “bad girl” americana lanciò subito delle urla imprecisate a un barista mentre Moreno vide gli altri due amici dall'aspetto arruffato molestare con pesanti offese un gruppetto di ragazzini a un tavolo.



venerdì 19 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti (3)



Prologo 03

Quando si risvegliò erano passati una notte e un giorno intero ed era in una casa diversa, ce lo aveva portato quello che si era finto Rometti. Nel suo completo da lavoro appena acquistato Leonardo Moreno si scoprì vampiro.

Il Nosferatu di nome Ernest («Come Hemingway») dopo essere riuscito a calmare l'infante lo fece ingozzare di sangue di pollo. Nicolas, il suo sire, era rimasto a casa Rometti a fare il basista. Ernest e Nicolas cacciavano con questa tecnica a Siena: Nicolas s'intrufolava nelle case dei mortali, si nascondeva in un luogo sicuro per tutto il giorno e durante la notte successiva, quando gli inquilini dormivano, lasciava entrare il compare per far festa. Ogni tanto si scambiavano i ruoli, anche se Nicolas era più bravo (diceva di aver avuto frequentazioni Gangrel), non ammazzavano mai e non lasciavano tracce.

Allorché la Bestia di Leonardo venne del tutto calmata, Ernest non volle sentir ragioni: il suo figlioccio avrebbe assaggiato sangue umano la sera stessa della sua Risurrezione.

Riportò il disorientato e tremolante Leonardo dai Rometti, Nicolas – che si trovava ad attenderlo – fu molto scettico sulla cosa ed ebbe ragione: Moreno s'avvicinò al vero Rometti dormiente di fronte al televisore con la grazia d'un pachiderma, l'uomo si svegliò ed Ernest dovette Spezzargli la Mente con l'Incubo per cancellare ogni ricordo del vampiro maldestro.

Sulla via del ritorno Ernest spiegò a Leonardo un paio di cose, sottolineando il fatto che stasera aveva ricevuto da parte sua un favore e avrebbe dovuto ricambiarlo.

Tornati al rifugio, Ernest violentò Leonardo. All'improvviso, senza dire nulla, gli saltò addosso e lo tenne fermo con una forza schiacciante stuprandolo per ore ininterrotte.

All'arrivo dell'alba Leonardo non si era mosso di un millimetro con i pantaloni abbassati alle caviglie e la giacca sgualcita; non batté palpebra per tutto il tempo restando a fissare il vuoto come un cadavere. Di ritorno a casa Nicolas seppe di questo bizzarro “rito d'iniziazione” e la prese un po' male. Leonardo, sempre “più che morto” ascoltò ogni frase e tutte le giustificazioni di Ernest: «Ho un debole per i ragazzi biondi un po' efebi, poi quegli occhi azzurri e quel nasino a punta... Insomma, si riprenderà!»

Dopo sei notti e sei giorni di mummificazione la Bestia di Leonardo tornò a farsi sentire e lui finalmente si alzò. Non disse una parola sullo stupro, e i suoi due sire cancellarono la faccenda dalla storia.

Leonardo iniziò il Requiem con la sua coterie, imparando ciò che Ernest e Nicolas volevano che imparasse; il guinzaglio era molto corto e la paura sempre presente. Lui era un Mekhet (Nicolas lo pronunciava Meschét) e gli fecero capire cosa poteva essere per lui venire bruciato dalla fiamma, altro che una violenza sessuale!

Seppe che a Siena i Fratelli consistevano in loro tre più un altro, “le Chef” diceva Nicolas; un tizio molto vecchio che viveva in completa solitudine e no, non aveva alcuna intenzione di incontrarlo. Quando gli dissero delle congreghe, lui chiese ingenuamente a quale loro appartenessero, la risposta fu: «Qui regna l'Invictus, ma siamo troppo pochi per istituire formalità, le Tradizioni sono più che sufficienti e ce la godiamo alla grande» (Ernest).

Una delle cose più orribili che Leonardo fece insieme ai suoi compagni fu ammazzare suo padre. Avvenne poche settimane dopo il suo Abbraccio. Sul momento Leonardo stesso desiderò la vendetta: cazzo, il vecchio non lo aveva cercato neppure dopo un mese che era sparito di casa! Una volta era pure tornato per vederlo, e venne a malapena salutato. Così Leonardo prese le sue cose senza neanche inventare una bugia per dire al padre dove andasse e fece entrare gli altri due che lo sistemarono per bene ultimando l'opera con una messa in scena dove l'uomo sarebbe dovuto andare per funghi. La casa di Leonardo divenne il nuovo covo della coterie.

Passarono alcuni anni dove non accadde niente. Un Requiem semplice: cacciare, guardare la TV, cazzeggiare, evitare le vecchie conoscenze. Non era così male, a parte la noia e a parte il fatto che Moreno poteva bere quanto sangue animale voleva, ma quello umano arrivava col contagocce.

All'inizio si adeguò, poi però conquistò la libertà d'andare in giro per conto suo e allora iniziò a togliersi qualche sfizio.

sabato 13 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti



Prologo 02

Quel sabato Leonardo si preparò di tutto punto, riempì la sua cartella da disegno di bianca plastica rigida con dépliant, documenti illustrativi e contratti, e rimediò un passaggio per essere alle sette e quarantacinque di fronte al numero civico del signor Rometti. Trovò una monofamiliare circondata da un giardino affacciata su una via residenziale di Siena con tutte le luci spente.

Si appoggiò alla colonnina del cancello e attese qualche minuto sebbene già immaginasse un'attesa lunga sotto un cielo novembrino inscurito che sarebbe potuto diventare abbastanza rigido. Aveva pure un po' fame, per pranzo si era spazzolato tre fette di mortadella vecchie di quattro giorni e pan carré.

Convinto d'aver preso uno dei soliti bidoni – sta a vedere che la figlia e' voluta andare a cena da McDonald e Rometti si e' dimenticato dell'appuntamento – schiacciò un paio di volte il campanello, solo per scrupolo; al limite avrebbe potuto lasciare un pieghevole nella cassetta della posta, casomai il cliente ci ripensasse... Oh ma vaffanculo, lo sapevo che anche questa volta finiva in merda.

L'impulso elettrico che aprì il cancello lo spaventò, in fondo al vialetto la porta della casa sotto una pensilina si schiuse e Leonardo vide un uomo.

Si riprese subito e in verità già gli era passato tutto l'entusiasmo, voleva solo andarsene ma restò, dopotutto non aveva altra scelta.

«Signor Rometti?» Chiese entrando in giardino.

«Sì?»

«Sono Leonardo Moreno, Assita, piacere», Rometti sembrava non capire, dunque si era dimenticato sul serio. O era un altro Rometti? Il padre? Ora che si era avvicinato la persona appariva un po' più anziana di come s'aspettava.

«Avevamo un appuntamento per stasera alle otto», spiegò Moreno, «Aveva scelto lei l'ora perché prima doveva portare sua figlia al cinema».

«Ah sì!» Rispose Rometti aprendo di più la porta per lasciare entrare Moreno. «L'ha accompagnata mia moglie, io», precisò Rometti, «Io sono rimasto in casa a finire un lavoro e poi mi sono appisolato. Mi scusi ma dopo un sonnellino sono sempre un po' intontito», concluse Rometti mentre faceva strada a Moreno.

«Si figuri».

Rometti fece accomodare Moreno in un tinello di legno d'acero con un tavolino ottagonale; la casa sembrava grande e ben messa, non proprio da nababbi ma per Moreno sarebbe andata bene lo stesso se si fosse ritrovato con un contratto firmato.

«Dunque, mi aveva detto che aveva l'intenzione di fare un fondo integrativo per la pensione; noi dell'Assita abbiamo diverse offerte che potrebbero soddisfarla...» Iniziò Moreno aprendo la sua valigetta delle superiori.

«Sì, è una buona compagnia questa Assita

Moreno sorrise un po' imbarazzato: «Oh, noi siamo i leader in Italia in questo campo, abbiamo milioni di clienti privati, aziende, enti...»

«E... Da quanto tempo lavora lì?»

«Be', io da non molto», Rispose Moreno con sincerità, giacché più di vent'anni proprio non riusciva a dimostrare.

«Ma comunque è ben inserito, dico, se la mandano dai clienti, voglio dire, ha una buona posizione».

Leonardo non stava capendo granché, le domande gli sembravano persino un po' losche; ne aveva sentita qualcuna di storie sugli assicuratori che facevano strani intrallazzi.... Che portavano un mucchio di soldi! Allora disse: «Be', non è che mi vanti, ma io sono una persona di fiducia del direttore dell'agenzia...» O lo sarebbe diventato presto se portava a casa un buon affare, «Perché... Be'», mentre cercava d'inventarsi una panzana credibile Leonardo sentì arrivare un colpo alle spalle, non fece male, fu peggio l'essere sbattuto contro uno spigolo del tavolo e poi sopra il piano.

Fu così colto di sorpresa da non riuscire a dibattersi neppure istintivamente poiché venne travolto da una sensazione mai provata prima; qualcosa di grosso era sopra la sua schiena, era anche qualcosa di freddo, una specie di velo liquido che penetrava attraverso la sua pelle e al quale non riuscì in nessun modo a opporsi mentre si sentiva come consumare.

Le palpebre di Leonardo cedettero, non seppe per quanto tempo restò con gli occhi chiusi, forse secondi, forse diversi minuti; li riaprì allorché le orecchie iniziarono a ronzargli e le gambe a formicolare indolenzite. Restò steso sul tavolo senza muoversi, si sentiva le ossa di gelatina, respirando annusò l'odore acre del sangue da qualche parte.

Rometti stava seduto di sbieco sulla sedia, le cosce accavallate e la faccia di chi, contrariato e rassegnato, fa appello a tutta la pazienza posseduta fissando l'angolo in alto a sinistra.

«E dai, mi era parso un aggancio interessante!» Sbottò Rometti. Moreno non sapeva con chi stesse parlando, c'era forse qualcun altro? Ma dove?

«Chi? Codesto?», disse una voce dallo strano accento. «Ho letto la sua mente, tutte menzogne. È un povero verme disperato della terra»

«Lo sarà anzichenò, ma c'era il bisogno di far tutta questa baraonda? Tra poco rientrerà la nostra famigliola, dovremo nascondere tutto. Poi dovremo farlo sparire da qualche parte, lo hai conciato male».

«Ho lasciato l'ultimo sorso per te, amico mio», rispose la voce che sembrava quella d'un francese, « È un povero clochart senza famiglia, un boccone raro e troppo appetitoso; l'ultima volta che potei dissanguare a morte è stato nell'Ottantaquattro»

«Sì, mi ricordo», disse Rometti con una smorfia di sinistra lussuria sul volto.

Moreno non riusciva a capire niente a parte sentire l'umido del sangue che colava sulla sua faccia. Era suo il sangue! Rometti l'afferrò per i capelli morbidi e biondi e lo tirò brutalmente verso di lui sopra il tavolo, la carne del viso di Moreno vibrò per l'attrito. Ruotò le orbite in direzione di Rometti e la sua mente ordinò al corpo di saltare ma il corpo non rispose. Rometti non aveva più il naso, tra gli occhi e la bocca c'era solo un'affossatura con due buchi circondata da lembi di pelle cadenti.

Rometti guardò in faccia Leonardo a lungo, notò la bellezza dei suoi occhi chiari congelati dalla paura.

«Senti ma perché non lo Abbracci?» Chiese Rometti al nulla.

«Io?»

«Be', io ero quello che voleva un servo e basta, tu quello che voleva un morto, facciamo una via di mezzo».

«Che ragionamento vulgaire», rispose stizzita la voce.

«Era ironia, una cosa che da Nosferatu s'impara, ma per il resto ero serio. Tu non sei stanco d'essere solo noi due?»

«Et le Chef?» Domandò la voce.

«C'è posto per tutti. Davvero: me lo aveva persino accennato un po' di tempo fa», e ciò detto la cosa con il muso di un cinghiale incassato nella testa di un uomo si fermò a guardare oltre Leonardo fin quando non emise una grossa risata di soddisfazione schioccando i palmi delle mani l'un l'altro.

venerdì 12 settembre 2008

Al cospetto degli Dei Morti




Prologo 01

La storia di Leonardo Moreno è un po' noiosa.

Intorno ai secondi anni Novanta era ancora vivo, aveva ventidue anni e lavorava da poco in una filiale dell'Assita (Assicurazioni Italiane). Sulle prime sarebbe dovuto essere un impiego interessante, ricco di soddisfazioni personali e dagli ottimi guadagni, invece si rivelò una vera e propria schifezza.

Gli avevano detto che avrebbe percepito un fisso di settecentomila lire al mese (benché lorde) più le provvigioni che si accaparrava stipulando contratti. Non gli avevano detto tanto bene, però, che quelle settecentomila lire mensili sarebbero finite dopo il terzo mese di lavoro. Soprattutto non gli avevano detto affatto che il suo non era un lavoro da impiegato d'ufficio, incentrato sullo smaltimento di pratiche burocratiche e sulle relazioni con i clienti. E no, il suo lavoro consisteva nel battere tutto il comprensorio territoriale della sua agenzia alla ricerca di nuovi clienti, gente a cui far firmare polizze o contratti d'investimento. Altro che lavoro d'ufficio! Dopo il primo mese iniziò a invidiare le segretarie che guadagnavano il doppio e regolarmente, che, al limite, si stressavano nel ricevere telefonate e non nel farle di continuo ripetendo sempre la solita frase; infine loro avevano una scrivania personale e non erano costrette a girovagare come un piazzista di pentole qua e là senza combinare un cazzo.

Il fatto era che Moreno non era tagliato per questo lavoro, a partire dalle basi materiali. La verità era che aveva accettato l'offerta perché era stato l'unico lavoro ad aver accettato lui. Agli inizi se lo fece piacere, aveva sempre visto gli assicuratori come giovani ben vestiti che guadagnavano parecchio, ma poi capì come stavano le cose: il suo era un lavoro per giovani “inseriti”. Per guadagnare serviva un grosso numero di amici e parenti da convincere a farti il favore di sottoscrivere una polizza, oppure avere un giro di conoscenze tali da poter diventare un referente affidabile in fatto di consulenze finanziarie.

Moreno non aveva niente di tutto questo. Non aveva neppure una cultura in politica economica e finanziaria decente, gli mancava persino la macchina, aveva mentito quando al primo colloquio gli avevano chiesto se fosse automunito.

Purtroppo però aveva un disperato bisogno di lavorare. La mamma non c'era più, il cancro l'aveva portata via un anno fa. Il papà non lavorava da due anni, allorquando in fabbrica si tranciò quattro dita sulla mano destra; aveva la sua pensione d'inabilità, ma aveva iniziato a bersela presto e nell'ultimo anno, logicamente, la cosa era peggiorata.

Moreno e il padre vivevano come delle bestie in un paesino vicino Siena cercando di far di tutto per non incrociarsi mai. Dopo la morte della madre per qualche mese una sorella di lei venne tutti i giorni a tenere in ordine, ma una volta Leonardo non trovò la sua camicia stirata ed esplose di rabbia travolgendo d'insulti la zia. La zia, giustamente offesa, se ne andò e non tornò mai più e la casa diventò una discarica così come la vita dei due uomini che in certe giornate non riuscivano neppure a capire quando fosse l'ora di cena.

A quei tempi Leonando si era ritrovato con la disperata necessità di cavarsela da solo con, come unico patrimonio, una collezione di fumetti Marvel e D.C.; in effetti non stava riuscendo tanto bene. Di amici ne aveva, qualcuno, ma erano dei ragazzi come lui; con l'unica differenza che avevano forse famiglie disastrate loro stessi, ma almeno li mantenevano, o gli davano una mano.

Leonardo era a metà del terzo mese di lavoro all'agenzia, le settecentomila del mese precedente erano finite da un pezzo per un vestito, un paio di scarpe, un paio di cene, due serate in discoteca... Quando arrivò a desiderare una zoccola da strada già non c'erano più e la sua fidanzatina appena diciottenne non aveva retto al lutto e al conseguente sfascio della famiglia di Leonardo. Moreno meditava d'intascarsi l'ultimo fisso mensile e di andarsene – poi Dio provvederà – per il resto fingeva di fare telefonate svogliate a questo e a quello senza prendersela più di tanto.

Però in una di quelle giornate un tizio gli rispose che giusto giusto stava pensando di aprire un fondo integrativo. Moreno quasi ebbe un orgasmo lì al telefono, dopo tanta merda finalmente uno spiraglio di luce. Cercò subito di fissare un appuntamento.

«Vediamo un po'», disse il suo primo cliente, «Sarei libero sabato... No! Sabato pomeriggio ho promesso a mia figlia di portarla a vedere la Sirenetta al cinema, sa com'è? Ci porto tutta la famiglia. Però per le otto di sera saremo di sicuro a casa, se per lei va bene può venire a quell'ora, tanto noi non ceniamo mai prima delle nove».

A Moreno una cena vera non sarebbe dispiaciuta, ormai non faceva che aprire e rovesciare scatolette di tonno sopra a degli spaghetti scotti... Accettò.